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di Sara Rossi

20190317 102414

Visitare la città di Weimar, nel cuore della Turingia, piccola regione della Germania centrale è un'immersione nella storia della vecchia e moderna Europa. Fulcro dell'omonima repubblica negli anni dopo la grande guerra, parte della Ddr prima della riunificazione delle due Germanie, Patrimonio dell'Unesco, con i suoi 63 mila abitanti, questa cittadina ha molto da offrire, dalla Weimar classica, alla scuola del Bauhaus, per non parlare delle personalità illustri che l'hanno vissuta, dagli scrittori Wolfgang Goethe e Frederich Schiller, al pittore Lucas Carnach, dei quali è possibile visitare le abitazioni.

In particolare, la Casa di Goethe, nel centro dell'abitato, con all'interno il Goethe Nationalmuseum, è una delle ragioni principali per le quali i turisti arrivano in città. Si tratta di una delle dimore in cui l'autore visse più a lungo, cinquant'anni per l'esattezza, dal 1782 al 1832, anno in cui morì. All'ingresso si è accolti dalla scritta “Salve”, solenne e un po' paralizzante per la verità, passeggiando all'interno delle stanze si respira la passione per “la perfezione dei classici” che ha nutrito l'animo del giovane Wolfgang sino all'approdo al romanticismo del quale è precursore illustrissimo.

Tutto sembra intatto, dalla biblioteca, alla collezione di minerali, dai busti e dipinti che decorano riccamente le sale, alla camera da letto nella quale il vate si spense. Schiller voleva vivere il più vicino possibile a Goethe ed infatti le due abitazioni si raggiungono dopo aver percorso un breve tratto di strada pedonale. Anche in questo caso è interessante visitare il museo per poter osservare da vicino gli oggetti appartenuti a Schiller, tra i quali il celebre calamaio.

Ma non solo letteratura appunto, proprio a Weimar infatti, cento anni fa, nacque la Scuola artistica del Bauhaus che nei suoi soli 14 anni di esistenza, verrà infatti chiusa nel 1933, anno della presa al potere di Hitler, cambierà ben 3 sedi. Dopo Weimar si trasferirà infatti a Dessau, dove oggi c’è l’edificio Bauhaus più famoso al mondo, e infine, prima di chiudere, si sposterà per qualche tempo a Berlino. Nonostante la sua breve e difficile vita, la Bauhaus ha lasciato un segno indelebile nell’arte e nella cultura mondiale.

Prima di diventare simbolo di un design lineare, pulito e funzionale si è trattata di una vera e propria scuola nata dall'idea dell'architetto Walter Gropius che, tramite l'interdisciplinarità si proponeva di realizzare oggetti di ogni tipo, per arrivare a costruire “l’edificio del futuro”.

Nel 1923 il Bauhaus di Weimar toccò il suo punto più alto organizzando un’importante esposizione e presentando il primo prototipo abitativo della scuola: la Haus am Horn. Nel 1925 però la scuola iniziò ad avere problemi perché era vista come radicale e politicamente pericolosa e si deciderà per il suo trasferimento a Dessau, una città industriale a metà strada tra Weimar e Berlino, in cui Gropius pensava di poter lavorare e insegnare senza problemi e proprio qui colse l’occasione per progettare e realizzare gli edifici razionalisti in cui gli studenti e i professori avrebbero vissuto, lavorato e studiato.

Weimar simbolo della modernità anche nell'atrocità. Se si viene in questa cittadina, quieta e densa di cultura, non si può tralasciare una visita al campo di sterminio di Buchenwald, situato a pochi chilometri dall'abitato, sulla collina di Ettersberg, sapientemente celato da un ultimo scampolo di faggeto rimasto intatto, Buchenwald significa infatti: bosco di faggio. Aperto nel 1937 diventerà uno dei campi più vasti della Germania nazista e dove si porterà a compimento l'annientamento, perlopiù tramite lavoro estenuante, di oltre 56 mila persone. Ci penseranno i primi internati, arrivati da tutta Europa, ad allargarlo tagliando gli alberi della foresta che inizialmente lo celava. Al suo interno è ancora possibile vedere la base dell'albero di Goethe, sotto il quale il poeta amava sostare per scrivere le sue opere, prima che Hitler cercasse di concretizzare la sua folle “soluzione finale”.

Per arrivare a Buchenwald oggi si percorre un'unica strada ribattezzata Blutstrasse “la via del sangue”, tutto è ordinato, pulito, silenzioso, di una precisione tedesca. Per accedere al campo si varca un cancello sul quale campeggia la scritta in tedesco “JedemdasSeine” dal sardonico significato “A ciascuno il suo”. Inizialmente si trattava di un'unica struttura “Il Grande Campo” con la zona delle SS, le baracche e l'area destinata al lavoro dove cioè gli internati contribuivano ad armare la Germania in guerra, successivamente venne edificato anche un ospedale, luogo di atroci sperimentazioni, operazioni dall'esito improbabile; dove si iniettavano virus e si facevano ammalare uomini sani, seppur estenuati dal lavoro, al solo scopo di verificare il decorso di malattie incurabili. Nell'ultima fase di vita del lager venne istituto anche un “Piccolo Campo”, luogo di quarantena. Nel 1941 venne costruito un grande forno crematorio rimasto intatto e visitabile assieme ai suoi sotterranei dove si compivano le più macabre esecuzioni. Nel vastissimo centro di documentazione, che un tempo era un magazzino, è possibile comprendere la struttura del campo e vedere, oltre a moltissimi effetti personali, le fotografie e gli innumerevoli disegni, dipinti, manufatti lasciati dagli internati, adulti e bambini. Nel lager c'erano infatti anche oltre 900 bambini, tantissimi dei quali furono salvati grazie all'azione di alcuni gruppi di adulti che hanno fatto il possibile per farli trasferire. Le opere dei deportati rappresentano un mettere nero su bianco il loro tragico vissuto, quasi un sottrarlo all'incredulità di chi era all'esterno e rappresentano forse anche una personale presa di coscienza di questa immane tragedia. La riproduzione delle violenze subite è forse l'aspetto più toccante di tutta la visita, assieme alle immagini della liberazione del campo avvenuta nell'aprile del 1945. Una descrizione radiofonica del lager venne fatta dal giornalista statunitense Edward Murrow: “Vi prego di credere a ciò che ho detto a proposito di Buchenwald. Ho riferito solo una parte di ciò che ho visto e sentito. Per la maggior parte di esso io non ho parole. Se vi ho sconvolto con questa cronaca piuttosto edulcorata, non me ne me scuso”.

In scia alle parole di Murrow, consiglio di vedere Weimar con il suo sapore di cittadina di provincia che è riuscita ad attrarre grandi talenti, le sue costruzioni, il suo slancio al futuro, ma anche con i suoi orrori perchè è l'esatto emblema della storia europea che non va dimenticata nel suo essere eccelsa e terribile.