Per molti italiani la Costa Azzurra finisce a Cannes. I numeri lo confermano: oltre la Croisette i nostri connazionali quasi non arrivano, e così si perdono quello che c'è subito dopo. Un mattino di febbraio ho imboccato quella strada che costeggia il mare oltre il Festival, e quasi subito ho capito quanto vale la pena andare avanti. Le colline di Tanneron, a nord, erano letteralmente in fiamme — ma di un fuoco giallo, morbido, profumato. Il più vasto bosco di mimose d'Europa stava fiorendo, e io ero arrivata esattamente nel momento giusto.
Mandelieu-la-Napoule conta poco più di ventimila abitanti. Si stringe tra il rosso antico delle rocce dell'Estérel e il blu del Mediterraneo, e in questo periodo dell'anno si trasforma in qualcosa di difficile da descrivere a chi non c'è stato: una città che profuma. Non è una metafora. È una condizione atmosferica. L'aria ha una consistenza diversa, dolce e leggermente stordente, e il giallo è ovunque — sulle colline, nei giardini, sui balconi, nei mercatini, perfino nei gelati.
La Fête du Mimosa: quando una città smette di essere uno sfondo
Sono arrivata il sabato, in tempo per la sfilata notturna. Non sapevo bene cosa aspettarmi. Immaginavo qualcosa di grazioso e provinciale, una di quelle feste locali che fanno tenerezza ma non sorpresa. Mi sbagliavo completamente.
I carri allegorici che percorrevano le vie del centro erano opere di scenografia vera — strutture imponenti interamente ricoperte di fiori, mimose soprattutto, illuminate in modo da trasformare ogni infiorescenza in un punto di luce. Il giallo pulsava nell'oscurità come qualcosa di vivo. Attorno, musica, danze, costumi tradizionali, famiglie con bambini sulle spalle, anziani seduti sulle sedie portate da casa sul marciapiede. Tutta la città era in strada, e nessuno sembrava farlo per i turisti: lo facevano per sé, come si fa con le cose che appartengono davvero a un posto.
La domenica ho ripreso la sfilata alla luce del giorno, e ho capito ancora meglio la cura artigianale di quei carri: ogni centimetro di superficie coperto a mano dai piccoli pompon dorati, raccontando storie ispirate al mare, alla natura, alla fantasia. Opere effimere destinate a durare pochi giorni, costruite con una dedizione che le rende memorabili per sempre.
Nei mercatini ho assaggiato biscotti alla mimosa, comprato uno sciroppo e un vasetto di miele profumato. C'era birra artigianale al fiore, un gelato di un giallo intenso che sapeva davvero di primavera. Ho scoperto che quelli che chiamano mimosisti — i coltivatori locali, oggi una ventina — lavorano quattro o cinque ettari a testa e raccolgono ogni anno quarantasei tonnellate di fiori. Una filiera piccola e tenace, che resiste.
La festa esiste dal 1931, ma la storia della mimosa qui comincia prima, nel 1880, quasi per caso. Un giardiniere offrì un rametto di quei fiori giallo pallido a un orticoltore locale, che lo gettò distrattamente su delle ceneri ancora calde. Con sua sorpresa, il calore accelerò e intensificò la fioritura in modo spettacolare. Da quella casualità nacque la forcerie — locali caldi e umidi dove forzare i rami non ancora sbocciati per anticipare la commercializzazione — e poi la coltivazione di massa, e poi i vagoni pieni di mimose che negli anni Venti partivano ogni giorno dalla stazione di La Napoule verso il nord della Francia e l'estero. Quando quei vagoni erano ottanta, i mimosisti erano ottanta. Oggi sono venti. Ma la festa, quella, non ha mai smesso.
Per chi vuole seguire questo filo profumato ancora più lontano, esiste la Route des Mimosas: centotrent'anni chilometri che attraversano la Riviera francese da Bormes-les-Mimosas nel Var fino a Grasse nelle Alpes-Maritimes, toccando Sainte-Maxime, Saint-Raphaël, Tanneron e Pégomas. Un viaggio lento tra costa ed entroterra, tra rocce rosse e boschi dorati.
Il castello sul mare
Il mattino dopo la sfilata ho camminato lungo il sentiero doganale che porta dal porto di La Napoule al porto di La Rague, con il castello medievale che si staglia sulla destra, direttamente sul mare. Costruito nel 1387 dai conti di Villeneuve, lo Château de la Napoule ha attraversato secoli di invasioni e rivoluzioni prima di essere acquistato nel 1917 da Henry Clews, artista americano visionario ed eccentrico, che insieme alla moglie Marie lo trasformò in un mondo parallelo e fantastico. Sul portale d'ingresso c'è incisa la sua massima: "C'era una volta." È già tutto lì.
Marie progettò i giardini, classificati come "notevoli" tra i più belli della regione: da un lato il giardino all'italiana con fontane e pergolati, dall'altro quello all'inglese con alberi imponenti e ornamenti gotici. Henry riempì gli spazi interni di sculture bizzarre e potenti, oggi conservate nel museo. I coniugi fondarono anche la Napoule Art Foundation, ancora attiva, che accoglie artisti in residenza e organizza mostre temporanee. Ho visitato una di queste mostre quella mattina, con le colline dorate alle spalle e il mare davanti.
Una città d'acqua
Quello che non mi aspettavo di Mandelieu era l'acqua — non solo il mare, ma i fiumi. La città sorge alla foce di due corsi d'acqua navigabili, la Siagne e il Riou de l'Argentière, e lungo la Siagne si snodano sei chilometri di argini riqualificati che nel pomeriggio brulicavano di jogger, famiglie in bicicletta, bambini. La vegetazione è fitta — più di duemila alberi di cinquanta specie diverse — e in certi punti ci si dimentica completamente di essere in città.
Ho noleggiato una piccola barca elettrica per un'ora. Silenziosa, senza patente, velocità massima cinque chilometri all'ora: la velocità giusta per guardare. Le ville storiche che si affacciano sull'acqua, i giardini privati che scendono fino ai pontili, le anatre che nuotano indifferenti a pochi centimetri dalla prua. Qualcuno ha chiamato Mandelieu la "Miami Beach della Costa Azzurra" per via di queste case con il pontile privato direttamente sul canale. Si capisce cosa intendono.
Il mare poi offre tutto quello che si può desiderare: sette spiagge — tra sabbia e ciottoli — e sette porti da cui partono imbarcazioni per le immersioni nel Golfo di La Napoule, ma anche efoil, jet ski, windsurf, parasailing, kayak, kitesurf, e persino uscite per osservare i delfini.
Il golf più antico della Costa Azzurra
Prima di ripartire sono passata davanti al Royal Golf Club, fondato nel 1891 dal Granduca Michel di Russia: il più antico campo da golf della Costa Azzurra, frequentato storicamente da teste coronate di mezza Europa. Il suo Old Course di diciotto buche, ridisegnato dall'architetto Harry S. Colt, si snoda tra il lungomare e la campagna, attraversato da un canale che i giocatori percorrono su un piccolo traghetto. Un campo immerso nei pini marittimi centenari che porta ancora addosso tutta l'atmosfera aristocratica delle origini.
Dove ho dormito e cosa ho mangiato
Ho soggiornato all'Hermitage de l'Oasis, un hotel di charme a due passi dal porto di La Napoule con vista sulla baia di Cannes e sulle isole Lérins. Trentasei camere e suite, toni ocra, materiali provenzali, una piscina riscaldata e una spa. La sera ho cenato al Blue Lemon, il ristorante dell'hotel aperto tutto l'anno, con le terrazze che guardano il mare: cucina mediterranea semplice e raffinata, in cui ogni piatto racconta il territorio. Una delle cene migliori del viaggio.
Perché tornarci
Mandelieu-la-Napoule non è una meta stagionale. D'estate offre le sue spiagge e i tramonti sulla baia; in primavera la natura esplode lungo i sentieri dell'Estérel e sulle rive della Siagne; in autunno, quando i turisti se ne vanno, la città ritrova se stessa in un silenzio dorato. Ma è in inverno, quando le colline di Tanneron si coprono di giallo e l'aria diventa densa di profumo, che Mandelieu dà il meglio di sé.
Sono ripartita con un sacchetto di biscotti alla mimosa e la sensazione di aver trovato uno di quei posti che non finiscono mai di sorprendere. Il tipo di posto che i francesi conoscono bene e preferiscono, giustamente, tenere per sé.