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20180803 224323 oll r20x  di Sara Rossi

Primi giorni di agosto 2018.  In una delle estati più torride per il nord Europa, scelgo Berlino.  Credo sia la settimana giusta, quella che si chiude con l’International Berlin Beer Festival.

Mi sono sempre chiesta perchè Monaco abbia preferito ottobre per la sua festa birraia: tensostrutture, rischio di maltempo, meglio un immenso biergarden on the road, ed ecco che la capitale viene incontro ai miei desideri orientandosi sul mese di agosto.  Un vero tripudio di calici alzati, anzi di boccali.

Ben 2,2 chilometri, lungo la celebre Karl Marx Allee, dove gustare bionde provenienti da 90 paesi, con oltre 340 birrifici che diventano espositori.  Il termometro tocca i 36 gradi ma l’enorme vialone dominato da lineari palazzi in stile sovietico è preso d’assalto da turisti e berlinesi che, armati del boccale con l’orsetto, simbolo della città e del festival, passano da uno stand all’altro per degustare una delle 2400 tipologie di birre presenti.  La scelta è vastissima dalle classiche tedesche, una garanzia di qualità, alla neozelandesi, quest’anno protagoniste del “miglio della birra”.  Dal 1997, infatti, con “la birra dei Babilonesi”, il festival, oggi alla sua ventiduesima edizione, propone ogni anno un tema specifico, dedicato ad una determinata regione o Paese.  Porta di Brandeburgo

E’ uno spettacolo passeggiare ed osservare la varia umanità, quel mix di rigore e rottura delle regole che Berlino riesce a trasmettere, comunque senza eccessi, la polizia è presente e ben visibile, è una festa senza schiamazzi, nessun ubriaco riverso in qualche angolo, sembra tutto libero ma sotto controllo: siamo in Germania.  E così è tutta la città, simbolo con le sue contraddizioni della nostra storia contemporanea.

Nata nel XIII secolo dall’unione quasi casuale delle due stazioni commerciali di Berlin e Cölln sulla Sprea, il fiume che ancora oggi la attraversa, solcato da battelli di turisti, è stata scelta nel 1470 come centro principale dall’allora signore di Brandeburgo per la sua posizione strategica.  Occorrerà attendere il 1920 perchè il borgo raggiunga l’impianto di moderna metropoli, quando il governo riunirà i comuni limitrofi di Charlottenburg, Schonenberg, Spandau sotto un’unica amministrazione facendo diventare Berlino una delle metropoli più grandi del mondo.  La prima guerra mondiale vedrà la città dapprima sprofondare in una crisi profonda per poi rispondere con un rinnovato slancio, trasformandosi in un calderone creativo, attirando artisti, architetti, letterati da tutto il mondo.  Sembrava davvero che la città avesse una marcia in più, nel 1923 la prima trasmissione radiofonica tedesca pervase l’etere di Berlino e nel 1931 fu proprio qui che si diffuse l’anteprima mondiale della televisione.  Ma già la crisi del 1929 tarperà le ali ad ogni slancio e farà da volano all’ascesa al potere di Hitler: la creatività cederà il passo alla folle repressione.

Il precipitare del secondo conflitto mondiale, i pesanti bombardamenti, raderanno al suolo gran parte della capitale tedesca e l’ulteriore sconfitta la vedrà divisa nel 1945 dapprima in quattro zone, britannica, americana, sovietica, francese, e in 20 zone amministrative.  Nel 1948, l’introduzione di una loro moneta da parte degli alleati occidentali, azione non prevista dagli la accordi post-bellici, sarà l’ultimo attrito per l’inevitabile frattura fra Est e Ovest che porterà a un’insanabile spaccatura tra blocco alleato e sovietico, con la divisione delle due Germanie nel 1949 e la costruzione del muro di Berlino nella sola notte del 13 agosto del 1961.

La divisione della città sarà l’emblema della contrapposizione tra Ovest ed Est del mondo che ha caratterizzato tutto il Novecento, sino a quel novembre del 1989, quando rapido come è stato costruito, il muro è stato abbattuto.  I tempi erano maturi, da lì a poco avremo assistito alla frantumazione dell’Unione Sovietica e alla modifica degli equilibri mondiali.

 

20180805 161433 m r30x  Berlino è frutto della sua storia.  Distrutta è stata ricostruita, pochi gli edifici antichi, nessuno scavo archeologico.  Simbolo della città è il parlamento, il Reichstag, costruito nel 1894 e completato nel 1999 con la sua cupola di vetro per mano dell’architetto inglese Norman Foster, è visitabile e percorrendo la scala ellittica al suo interno si può giungere in cima ed ammirare la città dall’alto.

Il muro poi, con i 28 anni di vita, con la sua presenza e poi assenza, è una delle attrazioni principali.  Si fa fatica ad immaginare oggi una città divisa, se non fosse che nella mia mente quelle immagini ritratte ancora oggi in qualche foto che si trova sparsa qua è là, a ridosso dei monumenti principali toccati dal muro, vibrano ancora nitidamente.  Ero una ragazzina, ma quei fotogrammi avevano il sapore della libertà, ricordo che mi commossi, il mondo si fermava davanti ad un evento storico, sembrava tutto così spontaneo e semplice, pensai ingenuamente: “Non è poi così alto, non potevano tutti insieme varcarlo prima?”.  In realtà quei 3 metri e mezzo di cemento hanno retto gli equilibri politici mondiali, la storia è passata sulla pelle dei cittadini di qua e di là del muro ed è stato solo quando la Guerra Fredda si è davvero raffreddata che si è riusciti ad abbattere le divisioni.  Prima di sangue ne è stato sparso e quel 9 novembre del 1989 è solo un passaggio dell’inesorabile corso della storia.  Oggi è possibile effettuare una gita in bicicletta fiancheggiando le zone del muro e scattarsi una foto lungo quel chilometro e mezzo che ne è rimasto, la East Side Gallery.  Alcuni murales sono diventati dei veri capolavori come quello che ritrae il bacio tra il presidente dell’URRS Leonid Brežnev e quello della Germania Orientale Erich Honecker, con la scritta in russo che dice: “Signore, aiutami a sopravvivere a questo amore letale”.  L’opera, realizzata nel 1989 dall’artista sovietico Dmiri Vrubel, è la riproduzione di una foto che suscitò clamore in tutto il mondo, quella scattata dal fotografo Regis Bossu, nel 1979, durante i festeggiamenti per il trentesimo anniversario dalla creazione della DDR.  Il “bacio fraterno socialista”, mutuato dai riti della chiesa ortodossa, era una consuetudine nel mondo comunista, consisteva in un abbraccio e un bacio reciproco sulle guance o in casi più rari sulla bocca.  Il gesto quindi non fu eclatante se non per l’aspetto che le labbra serrate in quel modo assunsero.

Altro graffito celebre è quello della Trabant, auto progettata e prodotta nella Germania dell’Est, che si crea un varco nel muro.

Una capitale moderna, ricordo d’aver pensato qualche anno fa al tempo della mia prima visita, giovane, con strutture di vetro e acciaio, dai palazzi e centri commerciali di nuova costruzione, ma anche dall’impressionante, seppur meno recente, torre della televisione, il Fernsehturm, che si staglia da Alexanderplaz con i suoi 368 metri ed è visibile da ogni angolo della città.  Fu costruita nel 1969 nella zona est con l’intento di simboleggiare la superiorità tecnologica della DDR.

Da “turista tipo” non ci si può esimere dal salire a 203 metri d’altezza, l’ascensore sale rapidissimo ed in un attimo si resta rapiti dalla visione di 360 gradi della città dall’alto.

Sei anni fa la città mi era apparsa un cantiere a cielo aperto, dinamica e in pieno fermento, oggi l’impressione è mutata, meno cantieri ma sembra che lo slancio di allora si sia sopito e mi sono trovata davanti una metropoli con una personalità debole e di una modernità un pò decadente.  Forse allora come oggi, non senza commettere un errore, la paragonavo a Milano.  E’ proprio il capoluogo lombardo ad essere cambiato in questi anni e ad aver colmato il gap architettonico che la allontanava da altre grandi città europee.  Le recenti costruzioni di alcuni quartieri meneghini da Garibaldi al Portello, la riportano al passo con i tempi, quindi forse non è Berlino ad aver rallentato, ma è Milano che ha preso la rincorsa.  Se si leggono altri dati e taluni fatti di cronaca, sembra che la capitale tedesca il freno lo stia mordendo, da quello economico che parla di un incremento del divario sociale, ad un aumento dell’intolleranza, da quella nei confronti dei migranti, con un aumento delle tensioni anche in quartieri come Neukölln e Kreuzberg, multietnici e solo sino a poco tempo fa simbolo di tolleranza, oggi sempre pittoreschi e bohemien, ma pare meno pacifici di un tempo. 

Berlino è governata dal giovane Michael Müller del partito socialdemocratico.  Un tempo la città era considerata la capitale gay friendly per eccellenza ma oggi, complice anche la crisi economica che, nonostante il ruolo solidamente trainante della Germania si fa sentire anche qui e un generale vento reazionario che soffia sull’Europa, si assiste ad un potenziamento dei gruppi di estrema destra ed un approccio meno aperto nei confronti delle minoranze.  Birra v r50x

Ciò non toglie che da turista si avverta un grande senso di libertà e sicurezza: pochissima polizia non so se effettiva o percepita, nei luoghi di maggior interesse, dall’isola dei musei, al Monumento all’Olocausto, alla Porta di Brandeburgo, ma anche nei parchi, la metropolitana non ha tornelli e non ci sono controllori, è come se ci fosse una grande fiducia riposta e reciproca tra autorità e cittadini e tutto sembra funzionare.  Certo ogni parete accessibile delle zone non centralissime è colorata, grafitata, ma sembra normale così, ognuno sembra spingersi sin dove può.  Se i muri sono pieni di scritte è perchè lì all’amministrazione non interessa intervenire, certamente non si troveranno altri esempi di “affermazioni di sé” al Castello di Charlottenburg nella zona Ovest o sui muri del parlamento. 

Direi a questo punto che mi riservo di tornare a Berlino tra altri sei anni per vedere che effetto mi farà, per ora non mi resta che mangiarmi una bella porzione di currywurst, caratteristico snack berlinese a base di wurstel alla paprica, e bermi una mezza pinta di Berliner Weisse, la tipica birra di frumento ad alta fermentazione dal gusto acidulo che viene servita spesso con l’aggiunta di sciroppo di lampone, dal colore rosso, o di asperula che le fa assumere un bel colore verde smeraldo.

Testi e foto di Sara Rossi